“Ed ecco, signori, come parla la Verità”-Luigi Pirandello- Così è (se vi pare)

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E’ da poco iniziato l’Anno Pirandelliano,
150 anni sono trascorsi dalla nascita del celebre autore di Girgenti,
avvenuta il 28 Giugno del 1867:

“Sono caduto, non so di dove né come né perché,caduto un giorno,
-ma che è il tempo e perché non prima e non dopo?-
caduto in un’arida campagna di secolari olivi saraceni,
di mandorli e di viti, affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo,
sul nero mare africano…”

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“Io sono figlio del Caos, e non allegoricamente,ma in giusta realtà,
perché sono nato in una campagna, che trovasi presso un intricato bosco,
denominato in forma dialettale Càvusu,
dagli abitanti di Girgenti,corruzione dialettale,
del genuino e antico vocabolo greco Kaos.”

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La straordinaria genialità del pensiero pirandelliano,
attraversa i secoli, e diviene lente di ingrandimento,
attraverso cui poter leggere, senza difficoltà, la società moderna;
nel mirino del drammaturgo, il pensiero borghese,
l’incapacità dell’uomo di guardare in faccia la Verità,
il desiderio morboso di poter etichettare e classificare la realtà tutta,
secondo categorie predefinite,
senza curarsi di ciò che le “cose sono realmente” ,
ma fermandosi, comodamente, a ciò che le cose sembrano.

La Commedia “Così è (se vi pare)”,
-tratta dalla novella “La Signora Frola e il Signor Ponza”-,
scritta nel 1917, e portata in scena a Milano ,
dalla Compagnia di Virgilio Talli, il 18 Giugno 1918,
viene definita dallo stesso Pirandello,
“una Parabola in tre atti”;
protagonista dell’intero dramma, non un personaggio ,
bensì un’Azione, che si protrae per l’intero corso della Piece:
“La Ricerca della Verità”.

Una Verità cercata,spasmodicamente, da tutti i personaggi in scena,
affermata e poi contraddetta dalla Signora Frola e dal Signor Ponza,
vittime di un meccanismo perverso, che li porterà a confessare più volte
una Verità che probabilmente non esiste , o meglio non può esistere,
in un mondo come quello del Salotto Borghese, che traduce in mero pettegolezzo,
Qualcosa che invece andrebbe trattata con estrema Grazia,
Qualcosa che andrebbe sussurrata
e poi interiorizzata,
Qualcosa che sfugge, e continuerà a sfuggire,
sino all’ultima battuta:“La Verità”

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Personaggio fuori dal coro,
che la critica ha suggerito possa coincidere con l’Autore stesso,
è Lamberto Laudisi,che con umorismo e nera ironia,
si farà da garante di questa Verità tanto cercata,
tentando di comprendere anziché giudicare,
il Dramma di due Umanità , che chiedono ,
anzi pretendono disperatamente ,
di essere ascoltate, e se non comprese, almeno compatite.

“Ora scusi, venga qua lei, signora.
No no ecco vengo io da lei.
Mi vede è vero?
Alzi una manina, mi tocchi…
E’ sicura anche lei di toccarmi come mi vede?
Non può dubitare di lei.
Ma per carità non dica a suo marito, né mia sorella né a mia nipote
come mi vede, perché tutt’e quattro altrimenti le diranno che lei s’inganna,
mentre lei non s’inganna affatto!
Perché io sono realmente come mi vede lei.
Ma ciò non toglie , cara signora, che io non sia anche realmente come mi vede suo marito,
mia sorella mia , mia nipote…
E dico che voi tutti vi ingannate se non mi vedete come mi vedo io!
Ma ciò non toglie che sia una bella presunzione tanto la mia,
quanto la sua, cara signora…”

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e ancora Laudisi di fronte ad uno specchio :

“Eh caro , chi è il pazzo di noi due?
io dico tu e tu col dito indichi me.
Va’ la che così a tu per tu, ci conosciamo bene noi due!
Il guaio e che come ti vedo io , non ti vedono gli altri!
E allora caro mio, che diventi tu?
Un fantasma…
Un fantasma caro, un fantasma!
Eppure vedi questi pazzi?
Senza badare al fantasma che portano con sé, in se stessi,
vanno correndo , pieni di curiosità,dietro il fantasma altrui!
E credono che sia una cosa diversa.”

Come sempre vi consiglio la lettura dell’intera Commedia,
e vi lascio con un video di alcuni minuti della stessa,
la Compagnia dei Giovani e la Compagnia Stoppa-Morelli,
con la regia di Giorgio de Lullo,
meraviglioso Romolo Valli , nel ruolo di Laudisi,
Rina Morelli nel ruolo della Signora Frola,
e Paolo Stoppa nel ruolo del Signor Ponza.

Barbara

(immagini prese dal web e alcune foto personali)

Gabriele Lavia: “L’uomo dal fiore in bocca…E non solo”

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“Perché caro Signore, ce lo sentiamo tutti qua ,
come un’angoscia nella gola,
il gusto della vita,
che non si soddisfa mai…”

La Vita ,
La Morte,
L’ Amore,
quell’Eterna Ricerca del senso ultimo e profondo delle Cose…

Con Eleganza, Forza, Grazia e Intensità,
Gabriele Lavia ci consegna la sua idea teatrale dell’atto unico pirandelliano,
“L’uomo dal fiore in bocca”:
un’ora e cinquanta minuti, che conducono lo spettatore,
“nell’Oltre Pirandelliano”.

Una sala d’attesa qualunque di una stazione qualunque,
una serata d’estate di pioggia,
(una pioggia che non cesserà di scandire il Tempo Kronos fino all’ultima battuta),
un uomo qualunque seduto nella sala d’attesa,
un treno in corsa,
e un pacifico avventore che, per un minuto, lo perde,
per ritrovarsi faccia a faccia con lo sconosciuto…
Uno sconosciuto in cui potersi specchiare,
che è Altro e Altrove da lui, ma mai troppo distante.

Una Donna…
vestita di nero, con ombrello e cappellino,
ombra sconosciuta e temuta,
attraverserà per brevi momenti la scena,
congelando il tempo della narrazione,
perché le parole non possono dire compiutamente cosa essa rappresenti…
Eros e Thanatos , e il loro abbraccio fatale forse…

La Donna…
Questa sublime creatura, che sa donare la vita ,
e sa toglierla con ingenua ferocia,
che desidera al pari dell’uomo,
che è desiderata al pari dell’uomo…

Questa è la dimensione femminile che Lavia
ci consegna attraverso i suoi monologhi,
trappola fatale e mortale da cui ciascun uomo
vorrebbe fuggire,
ma per andare dove ?
E come poter immaginare una Vita vissuta,
senza questa angelica e infernale creatura accanto?

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Il dialogo del Protagonista e dell’Avventore è serrato,
tempi del gesto e della parola si alternano magnificamente,
La Vita, la Vita , la Vita,
che pretende di essere vissuta
fino all’ultimo respiro ,
e la necessità dell’uomo qualunque, con il suo dolcissimo fiore in bocca,
di attaccarsi alla vita di un altro,
per continuare a sentirla dentro la Vita…
Lavia si consegna completamente al personaggio,
con forza , disperazione e sagace ironia,
potenti i suoi gesti, ma anche leggeri , come volo di farfalle,
un momento altissimo dello spettacolo,
lo vede mimare mirabilmente l’atto del giovane ragazzo di bottega,
che involtola con carta e fiocchi un pacchettino,
che mani femminili attendono trepidanti…

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E La Vita si intreccia alla Morte,
perché la Vita ritrova il suo senso compiuto,
nei panneggi del manto della terrifica Mietitrice,
nel Nero profondo dei sedili della sala d’attesa,
nel vestito dell’Ombra di Donna,
che disperatamente tende la sua mano al protagonista,
con l’ardente desiderio di morire tra le sue braccia…
Sulle sue labbra…

Una Regia quella di Lavia,
puntuale, matematica, poetica,
tutto è curato nei minimi dettagli.
La musica di Giordano Corapi ,
accompagna e sottolinea gesti e parole,
personaggio che si aggiunge ai personaggi,
su cui gli attori riescono a far volare alto,
tutte le intenzioni più profonde dei loro ruoli,
anche dove la parola è assente.
Degno di nota il lavoro di Michele Demaria,
il Pacifico Avventore ,
che esprime in perfetta simmetria tra voce e gesto,
le sfumature più intense del suo personaggio.

L’applauso del pubblico,
ha accolto i protagonisti con calore e affetto sul Proscenio,
ed è stato un onore e un immenso privilegio essere in platea,
per applaudire anche io ,a lungo ,
il lavoro strepitoso di Lavia e dei suoi Attori.

Lo Spettacolo sarà al Teatro Quirino di Roma,
fino al 18 Dicembre p.v.

Barbara

(immagini prese dal web)

“Di Sera, Un Geranio”- Omaggio a Luigi Pirandello

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A pochi giorni dall’Anniversario della morte di Luigi Pirandello,
(10 Dicembre 1936),
desidero portare all’attenzione dei miei allievi,
e di tutti gli amici del Blog,
una Novella, che amo definire una Novella Metafisica,
che appartiene all’ultima produzione letteraria del grande scrittore siciliano ,
Figlio del Caos

Ne ho fatto una riduzione, pronta ad essere portata in scena,
in un futuro allestimento pirandelliano, insieme ai miei allievi,
per ora vi dono qualche passaggio, consigliandovi naturalmente,
la lettura integrale di questa sublime Novella, ai più ancora sconosciuta :

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” Quando si vuol bene davvero a qualcuno non è facile dimenticare,
siamo è vero educati sin da piccoli all’abbandono,
ma siamo capaci di portare con noi per tutta una vita,
una voce, un odore, mica sempre un profumo,
ci attacchiamo noi vivi persino ai colori
di colui o colei che ci vengono a mancare(…)

Qui si narra della parte più intima di noi,
della memoria si capisce, ma anche del cuore…
Insomma di una verità che non si può toccare ma non si può non riconoscere.
Ora io dirò di essere stato testimone della sofferenza di un uomo,
casa, ospedale, analisi ed esami,ancora analisi.
Mai ammalarsi, mai star male, che Iddio ci prenda nel sonno,
che ci accolga in modo improvviso e senza quella terribile appendice
di indecenze(…)

Vederlo spegnersi così senza poter far nulla,
ecco io mi chiedo se quella non sia la sofferenza vera per chi assiste,
per chi veglia il malato!

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La luce fioca, il malato che dorme, il respiro affannoso…
Un corpo che si prepara al congedo e si separa dall’anima,
arriva un momento in cui il corpo pesa al malato,
non sono più le sofferenze del corpo,
ma il corpo stesso è la sofferenza.

L’altra notte però la lampada rosa non è rimasta accesa invano.
Si è liberato ho pensato.
Lui non era più il suo corpo,
lui era semmai nelle cose che pensava,
nelle cose che gli si agitavano intorno,
le strade, le piazze, l’edicola dove comprava il giornale al mattino,
case, strade, cielo.

Tutto il mondo, essere nelle cose.

Io so che direte che non può essere per noi vivi,
eppure io vi dico che lui era presente come la fragranza di un’erba…
Una cosa, consistere ancora in una cosa,
che sia pur quasi niente,
ecco una pietra.

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Anche un fiore che duri poco: ecco , questo geranio…
Oh guarda giù nel giardino, quel geranio rosso.
Come s’accende!
Perché?

Di sera, qualche volta, nei giardini, s’accende,
così improvvisamente,
qualche fiore…
E nessuno sa spiegarsene la ragione.”

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Questa Novella , mia cara nonna,
è dedicata a te
e solo noi, sappiamo il perché…

Anche se non sei più presente, mai sarai assente…

Barbara

(immagini prese dal web)

“Luigi Pirandello ,Il Fu Mattia Pascal – Seconda Parte”

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” Oh Perché gli uomini si affananno così,
a render man mano più complicato,
il congegno delle loro vite?
Perché tutto questo stordimento di macchine?
E che farà l’uomo quando le macchine faranno tutto?
Si accorgerà allora, che il così detto progresso,
non ha nulla a che fare con la felicità?

Beate le marionette,
su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi!
Non perplessità angosciose,
né ritegni né intoppi,né ombre, né pietà: nulla!
E possono bravamente attendere e prender gusto alla loro commedia,
e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio,
senza soffrir mai vertigini o capogiri,
poiché per la loro statura,
e per le loro azioni, quel cielo è un tetto proporzionato…

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Quaranta giorni al buio…
Potei sperimentare che l’uomo , quando soffre,
si fa una particolare idea del bene e del male,
cioè del bene che gli altri dovrebbero fargli e a cui egli pretende,
come se dalle proprie sofferenze gli derivasse una diritto al compenso;
e del male che egli può fare agli altri, come se parimenti dalle proprie
sofferenze vi fosse abilitato.
E se gli altri non gli fanno il bene quasi per dovere,
egli li accusa,
e di tutto il male ch’egli fa quasi per diritto,
facilmente si scusa…

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E il signor Anselmo,mi dimostrava, che per nostra disgrazia,
noi non siamo come l’albero che vive e non si sente…
A noi uomini, nascendo , è toccato un tristo privilegio :
quello di sentirci vivere,
con la bella illusione che ne risulta:
di prendere cioè come una realtà fuori da noi,
questo nostro interno sentimento della vita, mutabile e vario,
secondo i tempi, i casi e la fortuna.
E questo sentimento della vita è appunto come un lanternino,
che ci fa vedere il male e il bene,
che proietta tutto intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce,
di là dal quale è l’ombra nera,
l’ombra paurosa che non esisterebbe,
se il lanternino non fosse acceso in noi,
ma che dobbiamo purtroppo creder vera,
fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi.
Spento alla fine a un soffio,
ci accoglierà la notte perpetua, dopo il giorno fumoso della nostra illusione,
o non rimarremo noi piuttosto alla mercè dell’Essere,
che avrà soltanto rotto le vane forme della ragione?”

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(immagini prese dal web, tutti i pensieri riportati,
sono tratti dalle meravigliose pagine de “Il Fu Mattia Pascal”)

Barbara

“Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal – Prima Parte”

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“Una delle poche cose, anzi forse la sola che io sapessi di certo era questa :
che” mi chiamavo Mattia Pascal”.

E’ questo l’Incipit, di uno dei Romanzi più importanti,
della prima metà del nostro Novecento,“Il fu Mattia Pascal,
apparso per la prima volta nel 1904,sulle pagine della rivista “Nuova Antologia”,
esattamente tra Aprile e Giugno del 1904.
Pirandello inizia la sua attività di romanziere nei primi anni del Novecento,
pubblicando a puntate, il suo primo lavoro “L’Esclusa”,
sulle pagine della “Tribuna “ nel 1901.

Ho consigliato ai miei allievi la lettura di questo Romanzo,
per queste prossime vacanze,
convinta che sia una delle espressioni più convincenti dell’Estetica Pirandelliana,
scrigno di motivi importanti, e direi fondamentali,
per l’approdo alla scrittura teatrale:
il protagonista della vicenda narrata è Mattia ,
umile bibliotecario, la cui vita sarà stravolta da un evento straordinario ,
privilegio assoluto ad una prima impressione,
che non tarderà a mostrare il suo carattere di tragedia, personale,
e sociale, ad un’attenta analisi.

Un uomo comune il nostro Mattia , “insignificante “,
a detta dello stesso Pirandello,
segnato dal Cielo in uno dei sensi più delicati, la vista,
tanto da essere costretto a indossare dei grossi occhiali rotondi:

” (…)che mi avevano imposto per raddrizzarmi un occhio, il quale ,non so perché, tendeva a guardare per conto suo , altrove.
Erano per me ,quegli occhiali un vero martirio(…)”

Un uomo semplice Mattia,una vita semplice,
seppur non scevra di sofferenze e lutti e abbandoni…
Ma in un giorno qualunque , nella vita di un uomo qualunque ,
la Fortuna bussa prepotentemente alle porte della Vita ,
e la stravolge,offrendo all’uomo qualunque , una Possibilità Unica,
la possibilità di “Morir in Vita”, e lasciare tutto, in un istante,
e Morire e Rinascere, continuando a respirare a pieni polmoni ,
in un oblio dei Sensi e della Coscienza , in una dimenticanza assoluta di Sè:

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In una raffinata mescolanza di elementi tragici e comici,
con umorismo scintillante e intelligente ,
Pirandello ci consegna una delle pagine più teatrali e preziose,
della nostra Letteratura:

“Avevo il giornale ancora in mano e lo voltai, gli occhi mi andarono su un Suicidio, così in grassetto.

-Ci telegrafano da Miragno

-Miragno? Chi si sarà suicidato nel mio paese?

-Ieri Sabato 28 è stato rinvenuto nella gora d’un mulino un cadavere in stato d’avanzata putrefazione…
Accorsa sopra luogo più tardi fu riconosciuto per quello del nostro bibliotecario Mattia Pascal, scomparso da parecchi giorni.

-Io?…Scomparso…Riconosciuto…Mattia Pascal…
Possibile?
E rilessi ancora una volta la notizia sbalorditoja.
Non potevo più stare nelle mosse.
Avrei voluto che il treno s’arrestasse, che corresse a precipizio…
Aprivo e chiudevo le mani continuamente…

Mi vidi per un momento , lì, nell’acqua verdastra della gora,
fradicio, gonfio, orribile,galleggiante…
E m’han riconosciuto!Ma io vorrei sapere chi si è affrettato a riconoscermi…
Ma sara stata lei , forse lei, Marianna Dondi, la vedova Pescatore :
Oh! M’ha pescato subito , m’ha riconosciuto subito , non le sarà parso vero figuriamoci
– E’ lui, è lui, mio genero! Ah povero Mattia! Ah povero figliuolo mio!
E si sarà messa a piangere , si sarà inginocchiata accanto a quel poveretto, che non ha potuto tirarle un calcio e gridarle: Ma levati di qua , non ti conosco!

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Fremevo.
Finalmente il treno s’arrestò a un’altra stazione.
Aprii lo sportello e mi precipitai giù con l’idea confusa di fare qualcosa…
Il salto che spiccai dal vagone mi salvò:
come se mi avesse scosso dal cervello quella stupida fissazione,
intravidi in un baleno …
Ma sì! La mia liberazione,
la libertà, una vita nuova!
Ero morto, ero morto ,
non avevo più debiti , non avevo più moglie, non avevo più suocera:
nessuno! Libero !Libero! Libero!

-Il treno riparte!

– Ma lo lasci ripartire, caro Signore …
Cambio treno!

Continua…

(immagini prese dal web)

“La mia Arte sei Tu”…una Lettera d’Amore di Luigi Pirandello

Se a scuola , oltre alla lettura dei soliti testi di Letteratura Italiana , si facesse leggere ai nostri studenti anche Epistolari d’Amore, come quello di Pirandello e Marta Abba, Sibilla Aleramo e Dino Campana, Montale e Clizia,D’Annunzio e la Duse,( tanto per citarne alcuni dei più appassionati), forse si riuscirebbe a stringere la distanza che intercorre tra loro e i Poeti, che come tutti gli uomini di questa terra, hanno amato disperatamente, hanno sofferto e gioito.
Chissà, è possibile che durante la composizione di grandi poemi o romanzi, fossero innamorati perdutamente di una donna che , lontana nel tempo e nello spazio , attendeva trepidante di ricevere la lettera del suo amato….

Proprio come accadde a Pirandello e Marta Abba.Abba_Pirandello

Amore puro, di tenerezza infinita ,di lunghe attese e forte sentire,Amore che stringe i suoi lacci al cuore del grande drammaturgo, che amerà la sua Musa , la sua Donna-Angelo, sino alla fine dei suoi giorni, consacrando a lei, la sua vita e la sua Arte.
MartaAbba

1 marzo 1930, Berlino

“Marta mia,
non ho più nessun interesse particolare,l’unico scopo per cui trascino quest’esistenza orribile(orribile perchè lontana da te)
è concorrere con tutte le mie forze a farti ricca e padrona del tuo destino, così nell’arte come nella vita.
Tu stai recitando , Marta mia, un lavoro(Come tu mi vuoi) nel quale con tutta la forza della Tua anima gridi e dimostri che la verità non è quella dei fatti, ma quella dello spirito.
Nel nostro caso la verità è questa:che io sono il tuo vero padre e tu sei la creatura mia, la creatura mia di cui tutto il mio spirito vive con la potenza stessa della mia creazione, tanto che è diventata cosa Tua e tutta la mia vita sei Tu, la mia Arte sei tu Marta mia.
Tu devi essere sempre in questa verità dello spirito!
Io sono con te, come Tu mi vuoi;e se Tu non mi vuoi più, io non sono più nulla , e vivere non m’è più possibile.
Scrivimi, scrivimi , Marta mia, anche se poco, ma scrivimi, e informami di tutto;dove sei…..che pensi…che fai…non voglio saper altro!
Abbi tutto il bene che ti vuol il tuo

Maestro.

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Consiglio a tutti i miei allievi di Teatro , ma in generale a tutti gli studenti e appassionati, di leggere gli Epistolari citati, per comprendere meglio l’umanità e la vita di personaggi straordinari, come Luigi Pirandello.

“L’Umorismo” di Luigi Pirandello

L'umorismo

Luigi Pirandello non ha bisogno di speciali presentazioni; credo sia con Carlo Goldoni , il drammaturgo più noto, entrambi innovatori del Teatro rispetto al secolo in cui sono vissuti.

Pirandello fu un intellettuale prolifico : romanzi, saggi, novelle, poesie, lavori teatrali, tutto ciò che poteva esser scritto dal suo genio, è stato scritto.

Tra questi capolavori , vorrei oggi segnalare agli allievi, e agli appassionati del mio blog, un libello , scritto nei primi anni del Novecento e pubblicato per la prima volta nel 1908, dal titolo “L’Umorismo”.

Il testo è suddiviso in due sezioni; nella prima Pirandello descrive una vera e propria storia della Letteratura Umoristica Italiana ed Europea, nella seconda invece si sofferma sui caratteri, sull’essenza e sulla materia vera e propria dell’Umorismo.

Umorismo e Comicità non sono la medesima cosa, anche se vengono spesso ed erroneamente assimilati.

Citerò un passaggio fondamentale e famoso del testo, che delinea esattamente la differenza che tra i due sostantivi intercorre:

“(…)L’opera d’arte è creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee le immagini in una forma armoniosa
,di cui tutti gli elementi han corrispondenza tra di loro e con l’idea madre che le coordina.
La riflessione , durante la concezione, come durante l’esecuzione dell’opera d’arte, non resta certamente inattiva:assiste al nascere e al crescere dell’opera , raccosta i vari elementi , li coordina, li compara.(…)

Ebbene, noi vedremo che nella concezione di un’opera umoristica, la riflessione si pone innanzi al sentimento da giudice, lo analizza,ne scompone l’immagine.
Da questa analisi , da questa scomposizione, un altro sentimento sorge o spira:quello che io chiamo sentimento del contrario.

Vedo una vecchia signora, coi capelli tinti, tutti unti,e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili.

Mi metto a ridere.

Avverto che quella signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere.
Posso così ,a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica.

Il comico è appunto avvertimento del contrario.

Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova nessun piacere a pararsi come un pappagallo , ma che forse ne soffre , e lo fa soltanto perchè pietosamente s’inganna che, parata così,riesca a trattenere a sè l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perchè appunto la riflessione , lavorando in me,mi ha fatto andar oltre quel primo avvertimento, o piuttosto più addentro:da quel primo avvertimento del contrario , mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario.

Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”

Inutile dire che consiglio a tutti voi la lettura di questo testo, tra letteratura e filosofia, che Pirandello ci consegna come lezione chiarissima di argomenti, su cui troppo spesso si fa confusione.

E vi lascio con una lirica breve ma luminosa , anche se quasi sconosciuta, del grande drammaturgo siciliano “figlio del Caos”:

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“Io mi sento guardato dalle stelle
e questa notte non posso dormire.
Mi par che qualche cosa
esse sorelle maggiori
a questa terra voglian dire

O sorgive di luci,
la parola
la parola tremenda del mistero
ditela a una vegliante anima sola
perduta in mezzo al vostro cielo nero.”