Gabriele Lavia: “L’uomo dal fiore in bocca…E non solo”

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“Perché caro Signore, ce lo sentiamo tutti qua ,
come un’angoscia nella gola,
il gusto della vita,
che non si soddisfa mai…”

La Vita ,
La Morte,
L’ Amore,
quell’Eterna Ricerca del senso ultimo e profondo delle Cose…

Con Eleganza, Forza, Grazia e Intensità,
Gabriele Lavia ci consegna la sua idea teatrale dell’atto unico pirandelliano,
“L’uomo dal fiore in bocca”:
un’ora e cinquanta minuti, che conducono lo spettatore,
“nell’Oltre Pirandelliano”.

Una sala d’attesa qualunque di una stazione qualunque,
una serata d’estate di pioggia,
(una pioggia che non cesserà di scandire il Tempo Kronos fino all’ultima battuta),
un uomo qualunque seduto nella sala d’attesa,
un treno in corsa,
e un pacifico avventore che, per un minuto, lo perde,
per ritrovarsi faccia a faccia con lo sconosciuto…
Uno sconosciuto in cui potersi specchiare,
che è Altro e Altrove da lui, ma mai troppo distante.

Una Donna…
vestita di nero, con ombrello e cappellino,
ombra sconosciuta e temuta,
attraverserà per brevi momenti la scena,
congelando il tempo della narrazione,
perché le parole non possono dire compiutamente cosa essa rappresenti…
Eros e Thanatos , e il loro abbraccio fatale forse…

La Donna…
Questa sublime creatura, che sa donare la vita ,
e sa toglierla con ingenua ferocia,
che desidera al pari dell’uomo,
che è desiderata al pari dell’uomo…

Questa è la dimensione femminile che Lavia
ci consegna attraverso i suoi monologhi,
trappola fatale e mortale da cui ciascun uomo
vorrebbe fuggire,
ma per andare dove ?
E come poter immaginare una Vita vissuta,
senza questa angelica e infernale creatura accanto?

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Il dialogo del Protagonista e dell’Avventore è serrato,
tempi del gesto e della parola si alternano magnificamente,
La Vita, la Vita , la Vita,
che pretende di essere vissuta
fino all’ultimo respiro ,
e la necessità dell’uomo qualunque, con il suo dolcissimo fiore in bocca,
di attaccarsi alla vita di un altro,
per continuare a sentirla dentro la Vita…
Lavia si consegna completamente al personaggio,
con forza , disperazione e sagace ironia,
potenti i suoi gesti, ma anche leggeri , come volo di farfalle,
un momento altissimo dello spettacolo,
lo vede mimare mirabilmente l’atto del giovane ragazzo di bottega,
che involtola con carta e fiocchi un pacchettino,
che mani femminili attendono trepidanti…

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E La Vita si intreccia alla Morte,
perché la Vita ritrova il suo senso compiuto,
nei panneggi del manto della terrifica Mietitrice,
nel Nero profondo dei sedili della sala d’attesa,
nel vestito dell’Ombra di Donna,
che disperatamente tende la sua mano al protagonista,
con l’ardente desiderio di morire tra le sue braccia…
Sulle sue labbra…

Una Regia quella di Lavia,
puntuale, matematica, poetica,
tutto è curato nei minimi dettagli.
La musica di Giordano Corapi ,
accompagna e sottolinea gesti e parole,
personaggio che si aggiunge ai personaggi,
su cui gli attori riescono a far volare alto,
tutte le intenzioni più profonde dei loro ruoli,
anche dove la parola è assente.
Degno di nota il lavoro di Michele Demaria,
il Pacifico Avventore ,
che esprime in perfetta simmetria tra voce e gesto,
le sfumature più intense del suo personaggio.

L’applauso del pubblico,
ha accolto i protagonisti con calore e affetto sul Proscenio,
ed è stato un onore e un immenso privilegio essere in platea,
per applaudire anche io ,a lungo ,
il lavoro strepitoso di Lavia e dei suoi Attori.

Lo Spettacolo sarà al Teatro Quirino di Roma,
fino al 18 Dicembre p.v.

Barbara

(immagini prese dal web)