“P.S. E così dimenticammo le rose”

lettera campana

Gennaio 1917
“In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perchè io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S: E così dimenticammo le rose”


Dino e Sibilla…le lettere, le parole, i silenzi, gli abbandoni e i ritorni, un amore che nasce, arde violentemente e si spegne lentamente come un fuoco ipnotico che tarda e soffocare il suo calore.
Due anni , brevi e intensi, dalla conoscenza attraverso il manoscritto dei Canti Orfici(scritti da Dino) all’incontro nel piccolo paese di Marradi, che segna l’inizio di una straziante passione..
Straziante perchè tempestata dall’instabilità emotiva e mentale del povero Dino,che la desidera, la ama, ma subito dopo la allontana , la maltratta per poi tornare a cercarla e volerla con maggior voluttà e desiderio…
Un’altalena di sogni e speranze, una giostra emotiva tormentata e incandescente…

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“Perchè non ho baciato le tue ginocchia?
I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte mentre le stelle incupiscono il cielo..
Tacere insieme, stesi al sole dell’autunno.
Ho paura di morire prima, Dino ti amo!
E’ vero che m’hai detto amore?
Sei mai stato amato Dino?
Nulla , non so nulla di te, se non che hai sofferto e che sei rimasto il più forte.”

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“Cara Sibilla, come sapete ho la testa vuota, piena di vento che empie questa valle d’inferno.
L’inverno mi diverte, sento che qualcosa resta dopo tutto, come quel laghetto laggiù nella sua trasparenza che nulla riesce ad offuscare..Mi contento di poco come vedete..”

“Quel laghetto tranquillo che ti diverti a veder rabbrividire..
Mio Dino, mi ami?Verrai da me è vero che verrai?
Amato mio non so come faccio a vivere in questa attesa”

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Estasi , abbandono, ma il demone di Dino annienterà tutto l’ardore dei due amanti.

“Caro Cecchi,
Campana è malato profondamente, neurastenia con mania continua di fuga e annientamento.
E’ atroce quel che la vita può su un uomo..
Vi prego chiedete a vostro cognato che cosa si potrebbe fargli prendere , calmante soprattutto per la notte, ma che non nuoccia al cuore…Aiutiamoci Cecchi, bisogna che senta altri cuori oltre al mio che lo vogliono vivo..
Vostra amica Sibilla A.”

Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo
oh singhiozzo invano , oh creatura!

Rose calpestava, s’abbatteva il pugno,
e folle lo sputo su la fronte che adorava.
Feroce il suo male più di tutto il suo martirio.
Ma, or che son fuggita, ch’io muoia del suo male!”

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“Cara Sibilla,
mi lasci senza una parola e non sai quanto ti sarei grato..
Altre parole non trovo.
Non ho più lagrime.
Ma pure spero ancora in una tua buona parola, di quelle che si scrivono ad un amico inutile e lontano, un tuo sorriso di riflesso e tante tue notizie sulle righe.
Cara , chi ti fu caro, fu…”

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“Dino io e te ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà amare di più.
Dino fa di salvare nella tua anima il ricordo del nostro amore , poi che non hai saputo voler salvare l’amore della tua vita, fa di portarlo nell’eternità com’io lo porterò..
Dino che Dio ti guardi..
tua Sibilla”

Aggiungere parole a queste, sarebbe ingiusto…
Vi consiglio solo la lettura dell’epistolario edito da Feltrinelli, “Un viaggio chiamato amore”.

(immagini prese dal web, Sibilla , Dino, Egon Schiele, “Gli amanti”)